Le parole che non dici parlano di te
Quando pensiamo al tono di voce, ci viene naturale immaginarlo come l’insieme dei modi, dei toni, dello stile che scegliamo di usare quando raccontiamo di noi e del nostro lavoro.
Lo pensiamo, in un certo senso, in positivo: parole che amiamo, modi di dire che ci rispecchiano, gesti linguistici che ci fanno sentire a casa.
Ed è giusto, il tono di voce è soprattutto quello. Soprattutto, ma non solo.
C’è una parte del tono di voce, infatti, che spesso dimentichiamo: le parole che non diciamo. Che scegliamo —con più o meno consapevolezza— di non dire. Quelle che lasciamo fuori. Quelle che non mandiamo nel mondo.
L’impronta che dai alla tua voce, infatti, non è fatto solo delle parole che dici o che scrivi — ritmo, immaginari, stile di scrittura, concetti che vuoi condividere. È anche fatta delle parole che scegli di non usare.
Anche quelle raccontano chi sei.
Lo fanno, in un certo senso, in negativo, attraverso una mancanza. Ma anche questo è un modo potente per dare un’identità alla tua voce perché è qualcosa che racconta una scelta, una selezione, una sintonia e una mancata sintonia.
Ecco, spesso a questo tono di voce che si crea anche in negativo non ci pensiamo. E invece è importante e prenderne consapevolezza è il primo passo per costruire un vocabolario che ti somiglia davvero. Non solo un elenco di termini da ripetere, ma un ecosistema linguistico coerente, che rifletta la tua identità semantica. Un insieme vivo, fatto di parole che scegli e parole che decidi di lasciare fuori.
Per approfondire: La mia lista di “parole no”
Una parola che ha scricchiolato
Per esempio, tempo fa ho seguito un webinar sulla scrittura creativa. La parola “guarigione” continuava a tornare, associata alla scrittura.
Ogni volta che la sentivo, qualcosa dentro di me stonava. Scricchiolava.
Guarire da cosa?
Perché questa idea che ci sia sempre qualcosa da riparare, qualcosa che non va?
E poi penso che la scrittura faccia davvero bene a tante cose, ma da lì a considerarla una “medicina”, una pratica curativa, ce ne passa. Almeno per me.
Però mi è servito per far caso a quella sensazione di disagio, l’ho scritta bella chiara tra i miei appunti e ho deciso che “guarigione” non fa parte del mio vocabolario professionale. Non sarà un pezzo del mio tono di voce.
Ecco, a volte le parole che scegli di non dire le scopri per contrasto.
Le leggi, le senti, e qualcosa dentro di te scricchiola.
Si crea una dissonanza che ti fa capire che no, quella parola non si accorda con la tua identità. Non sei tu, non ti somiglia.
Se ci fai caso, quei momenti diventano un indicatore prezioso.
Tieni traccia, non perdere niente
Ti consiglio di farlo davvero: prendi un quaderno, dedica una pagina alle parole che vuoi tenere vicino e un’altra a quelle che scegli di lasciare fuori.
Oppure, man mano che incontri parole che ti risuonano e parole che invece ti respingono, scrivile e scrivi anche il perché. Cosa ti piace? Cosa ti allontana? Cosa ti incuriosisce, cosa ti dà fastidio?
Coltiva questa attenzione: ti aiuterà a dare coerenza al tuo ecosistema linguistico.
E torna a sfogliare quel quaderno ogni volta che scrivi.
Se nel frattempo vuoi lavorare sulle parole e sulla tua scrittura, io ti aspetto col percorso Glow — uno spazio per riscrivere la tua comunicazione, in modo che parli davvero di te.