Il potere dell’identità semantica
Ci sono persone, soprattutto persone che portano avanti una comunicazione professionale legata al loro lavoro, che associo a determinate parole.
Questo succede perché le usano spesso, sono termini che compaiono di frequente nei loro testi oppure nelle cose che raccontano a voce. Ovviamente, non succede per caso, non è una coincidenza: quelle parole sono parte del loro tono di voce e sono state scelte perché rappresentano qualcosa di ben definito, un concetto, un immaginario o uno stile coerente con la loro identità.
E così, questi termini si trasformano in qualcosa di molto potente: racchiudono un’identità, sanno rappresentare non tanto cosa queste persone fanno -il loro lavoro- ma come lo fanno, con quale sguardo, con quale approccio. E non solo: queste parole rendono più memorabili le persone a cui impariamo ad associarle, perché piano piano iniziamo a pensare a loro anche quando le sentiamo fuori contesto.
Ti faccio qualche esempio, così ci capiamo meglio.
Parole che racchiudono persone
Floriana del Ghirigoro bottega, mia copilota di Mirabilia, è intrecciata alla parola meraviglia – che infatti ritorna anche nel nome del nostro percorso. Floriana si definisce “missionaria della meraviglia” (e ti posso assicurare che lo è, sul serio e profondamente).
Questa parola ritorna spesso nella sua comunicazione, è il filo rosso di molti spunti che sceglie di condividere. Insomma, per me lì dentro c’è tutta lei.
La mia amica Kamakri, invece, splendida artigiana che inventa e cuce abiti e accessori colorati, perché “il colore è uno stato mentale soprattutto in pianura”, ha fatto sua in modo incredibilmente ironico la parola disagio. O meglio, come lo scrive lei: thisagio.
Il disagio che Cristina racconta è quello di tutte noi che a volte ci sentiamo un po’ perse, che arriviamo spettinate a un evento importante, che abbiamo come routine del mattino un minimo di ginnastica per non “scrocchiare come un Oro Saiwa”.
Il disagio -thisagio- di Kamakri è un manifesto di autocomprensione e ormai, quando sento questa parola, per me risuona con la sua voce che dice “bimbe, va bene così”.
Marcella Mugheddu, in arte Marlamù, è una bravissima illustratrice. Quello che racconta attraverso i suoi disegni è un mondo magico, dai toni caldi dell’autunno e dalle atmosfere dei fantasy in cui si incontrano animali parlanti e spiriti delle foreste.
Questo mondo di Marlamù mi arriva sia quando leggo i suoi testi e incontro la parola “biscottin”, che è il modo in cui Marcella chiama noi persone che la seguiamo, sia quando inciampo in un richiamo al bosco.
Sono due parole che racchiudono tanto della sua identità: biscottin è dolce e dice tanto del suo modo delicato di rapportarsi con le persone, bosco è l’immaginario perfetto in cui calare le storie che disegna.
Valentina Aversano, infine, è una consulente strategica che aiuta a sbloccare i progetti che si arenano. O meglio, come dice lei con quella che per me è la sua impronta identitaria: sbrina progetti.
Valentina sbrina: idee, progetti, attività, sogni nel cassetto.
Questa parola è diventata sua, è un concentrato del suo approccio e del suo metodo. E, per me, è un capolavoro di storytelling: è un micro copy che contiene un mondo, evoca un modo di fare le cose ma soprattutto te lo fa vedere chiaramente.
Da quando l’ho sentita usare in questo contesto, per me la parola sbrinare è Valentina che fa ripartire attività che si sono bloccate. Il collegamento è immediato, ed è potente.
Le parole identitarie hanno un viso
Ma non solo. Hanno una voce, rimandano a concetti ben specifici e a un ecosistema di valori e sguardi.
Per questo lavorare sulla propria identità semantica può essere così importante: trovare -o inventare- parole, modi di dire, micro frasi che col tempo diventano nostre ci permette di diventare ancora più presenti nella mente e nell’immaginario delle persone a cui rivolgiamo la nostra comunicazione (la nostra potenziale clientela).
L’identità semantica è l’impronta che lasci nelle parole che scegli per raccontarti. Sono i termini che diventano “tuoi” nei ricordi e nel sentire di chi ti legge e di chi ti ascolta.
Certo, serve attenzione e serve equilibrio.
Il rischio di diventare un disco rotto che ripete sempre le solite due o tre parole è molto alto se qui termini identitari non si inseriscono in una scrittura varia e interessante.
Perché l’identità semantica funzioni c’è bisogno che abbia un ecosistema di contenuti e parole ben costruito che la possa accogliere, un ecosistema in cui quei termini o micro frasi riconoscibili siano in armonia con il resto del discorso.
Però ci puoi lavorare, puoi iniziare a pensare quale parola o quale micro copy potrebbe diventare la tua impronta semantica.
O, se vuoi, possiamo farlo insieme: io non vedrei l’ora.
Intanto, ti lascio una risorsa gratuita dedicata proprio alle parole: si chiama Glow ed è un percorso via mail in cui, ogni giorno, ricevi un consiglio di scrittura e una risorsa che potrebbe esserti utile per migliorare i tuoi testi.