Desiderio: quanto conta nella comunicazione di un brand?
Desiderio: all’interno di un discorso legato al racconto dei brand ci limitiamo -quasi- sempre a considerare quello delle persone a cui parliamo.
I desideri della clientela.
Ciò che le nostre persone vogliono, ciò a cui aspirano.
E va benissimo, anche questi sono desideri da esplorare e conoscere. Però mi sembra non ci si soffermi abbastanza su quelli di chi comunica. Miei, quando scrivo o racconto. Tuoi, quando scrivi o racconti.
Il desiderio di narrare è la linfa di una storia
Ora, attenzione: non sto dicendo che tutto quello che ti serve, quando hai una comunicazione professionale da portare avanti, è la voglia di raccontarti e di far conoscere il tuo lavoro, il tuo progetto. Perché se fosse così sarebbe molto facile: la nostra comunicazione vivrebbe di improvvisazione, saltellerebbe da una parte all’altra seguendo la voglia di dire questo o quello, ma soprattutto non avrebbe bisogno di una mappa.
Invece, ti assicuro, una mappa serve.
Senza una direzione precisa è molto difficile raggiungere dei risultati e se parliamo di brand storytelling immagino che i risultati non siano opzionali.
Ci vuole un piano, dicevamo: aver chiara la strada da prendere, conoscere la propria voce e capire quali parole la rappresentano, comprendere il più possibile le persone a cui ci rivolgiamo. Però se non hai voglia di scrivere, dire, condividere, a un certo punto smetti di farlo. E la tua storia rallenta fino a fermarsi.
Non è sbagliato non avere voglia
Se hai una comunicazione che va avanti da un po’, di sicuro è una fase in cui sei passata. O che passerai. Succede.
Però se hai un lavoro o un progetto che ha bisogno di raccontarsi e promuoversi, che cresce grazie al contatto e alla relazione con le persone, quella mancanza di desiderio è un rischio reale. Potrebbe farti arenare.
Allora, bisogna ritrovare la fiammella, la voglia di dire, scrivere, raccontare.
A me è successo di recente con questo blog. Continuavo ad aggiornarlo, ma più per senso del dovere che per desiderio. Quanto avrei resistito se non avessi trovato una prospettiva che mi facesse tornare la voglia di scrivere nuovi articoli? E così ho cambiato un pochino lo sguardo, mi sono chiesta cosa volevo davvero dire e ho deciso di dare agli articoli un aggancio più concreto. Continuo a condividere contenuti che spero ti siano utili per scrivere e comunicare meglio, ma lo faccio legandoli di più con quello che vivo, leggo, incontro e sperimento.
Magari da fuori il cambiamento nemmeno si nota ma ti assicuro che da qui, da questo tavolo su cui scrivo, fa tutta la differenza del mondo.
Come si innaffia il desiderio di comunicare
Intanto, so che sembra scontato ma la prima cosa da fare è razionalizzare. Dirsi: sì, non ne ho più voglia. Oppure: ne ho meno voglia di prima.
Va bene.
Abbiamo detto: è lecito, è normale, è -quasi- inevitabile.
E poi ci sono diverse cose che puoi provare per ridare splendore alla fiammella. Ti lascio qualche idea, qualche strumento, e spero ti saranno utili.
1) Apri lo sguardo.
Leggi, studia, esplora. Vai a cercare prospettive che ti ispirano.
Qualsiasi lavoro tu faccia, qualsiasi progetto tu debba raccontare, il libro da cui partire per riavvicinarti alla tua comunicazione potrebbe essere “Story or die”, di Lisa Cron. Per me è stato un passaggio importantissimo per capire da che parte cominciare. E qui arriviamo al secondo suggerimento.
2) Fatti delle domande.
Tutte quelle che affiorano nella tua testa e che in qualche modo riguardano il tuo lavoro e la comunicazione con cui vorresti raccontarlo.
Prendi un quaderno e scrivi. Ascoltati e osservati.
Alcune domande non avranno subito una risposta, ma va bene comunque.
Questo, per esempio, è un esercizio che faccio sempre, anche quando non sono in crisi con la comunicazione. Se trovo una domanda che mi punge e che in qualche modo -anche larghissimo- si collega al mio progetto, la scrivo nel quaderno dedicato alle riflessioni sulla mia professione. Provo a rispondere. Quando le pagine si accumulano e le rileggo, di solito vedo un sentiero.
3) Ribellati ai “devo”.
La comunicazione di un progetto o di un brand spesso si costruisce sui “si fa così”. Regole diventate universali perché ripetute all’infinito ma che non tengono conto dell’unicità di ogni percorso.
Cosa ci si aspetta dal tuo racconto?
E cosa mostreresti di te e del tuo lavoro se ti ribellassi a questa strada già disegnata, con i confini strettissimi?
4) Lasciati accompagnare.
Un punto di vista esterno è utile, sempre sempre sempre.
Quando non mi sono più riconosciuta in un modo di lavorare e di raccontarmi, ci ho riflettuto insieme a Maria Chiara e Pietro di bigMark, che mi hanno fatto notare delle cose di me e del mio modo di lavorare che da sola non avrei visto.
Io, a mia volta, ho aiutato ormai un bel po’ di professioniste a ritrovare il loro desiderio di raccontarsi, di scrivere e di far crescere la loro storia – ultimamente ho sbloccato la newsletter di Sambu Buffa e di Bookbank Libri d’altri tempi, per esempio, che si erano areate perché non avere una direzione era diventato faticoso. Non sapere dove si sta andando fa mancare il desiderio perché tutto diventa più difficile: progettare, scrivere, stare sul pezzo.
Ritrovare il desiderio non è una cosa da poco.
È da lì che riparte la nostra storia. Che si sente la spinta per cercare le parole giuste per noi, per parlare di cosa facciamo, di come ma soprattutto del perché.
Tante volte, questo è il fulcro.
Cominciamo da lì, poi progettiamo tutto il resto.
Intanto, qualche ispirazione
Nel frattempo, ti lascio alcune risorse che possono aiutarti a vedere il tuo lavoro e la sua storia in modo diverso. In particolare, questa è dedicata alla newsletter e ti fa riscoprire cosa la rende speciale.
Scommettiamo che iniziano a smuovere il pantano e ti fanno venire voglia di rimettere mano al tuo racconto?