fbpx

Comunicazione e adolescenti: l’arte di insegnare storytelling agli alieni

insegnare storytelling agli alieni

Comunicazione e adolescenti: l’arte di insegnare storytelling agli alieni

Sì, ho insegnato storytelling agli alieni e no, gli alieni non sono mostriciattoli verdi con gli occhi grandi venuti da un pianeta lontano: gli alieni sono una classe di sedicenni con cui ho passato dieci ore a parlare di scrittura e social e pubblicità e strategie di comunicazione.

Un delirio, insomma. Un delirio molto bello.

L’avvistamento | Quando mi chiedevo in che lingua ci saremmo parlati

Momento confessione: quando mi hanno chiesto se volevo tenere un corso di storytelling a una banda di adolescenti ho fatto due cose. Ho detto di sì e ho avuto molta paura.

Perché un conto è sapere cosa dire, un conto è sapere come dirlo. Ché di esperienza con i sedicenni non ne ho mica tanta e mi immaginavo scene catastrofiche in cui io parlavo da sola e loro tentavano di suicidarsi infilandosi le matite nel naso e questa era una delle ipotesi migliori che mi venivano in mente.

Però ho accettato e a quel punto mi sono detta: ok, adesso che ti sei inguaiata, cerca di uscirne meglio che puoi.

 

L’atterraggio | Quando ho smesso di preoccuparmi e ho iniziato a fare

Poi ho pensato alla mia parola dell’anno. Concretezza. Che in questo caso voleva dire “smettila di agitarti e inizia a fare, se sbagli aggiusterai il tiro”.

Ho fatto un respirone e ho preso una decisione: le dieci ore che avremmo passato insieme, io e gli alieni, sarebbero state molto poco teoriche e molto pratiche, per restare in tema di roba concreta. Ho immaginato un percorso in cui avremmo guardato insieme tante cose e le avremmo analizzate, un percorso fatto anche di giochi, sfide e invenzioni.

E così ho fatto. Qualcosa ha funzionato e qualcosa no, ma se devo dire come mi sembra sia andata in generale, sono soddisfatta.

 

Telefono casa | Quando ci siamo salutati agitando la mano sotto la luce dell’astronave

E poi il corso è finito. Ci siamo salutati – con qualcuno dicendo ciao, con qualcun altro con un abbraccio – e adesso penso a cosa mi è rimasto addosso di queste dieci ore. Lo scrivo come un elenco sommario e incompleto, portate pazienza ma a me gli elenchi sommari e incompleti piacciono da matti.

La paura all’inizio, che chissà se sono capace. Il cambiare in corsa – questo avevo deciso di dirlo ma là in fondo due stanno per morire di noia quindi via, spostate le sedie e dividetevi in squadre. Le simpatie immediate, che non raccontiamoci che non ci sono, ci sono eccome e l’unica cosa è fare in modo che non influenzino troppo gli equilibri. La magia di raccontare il mio lavoro e poter dire che è una figata e dire anche che le strade non sono mica sempre quelle decise in partenza ma pure quelle delle svolte improvvise.

Ma c’è una cosa, su tutte, che mi tengo in tasca e che mi fa sorridere ogni volta che ci penso. Quando ci siamo messe sedute vicine (eravamo tutte ragazze, quel giorno) e abbiamo guardato un sacco di pubblicità e io chiedevo “vi piace? Se non vi piace, ditemi di no ma spiegatemi perché” e mi è sembrato proprio importante che decidessero cosa trovavano bello e cosa no e soprattutto che cercassero il perché e le parole per dirlo.

Che, diciamo la verità: capire come funziona una campagna di comunicazione va pure bene, ma capire cosa ti piace e cosa ti dà fastidio e imparare e dirlo è un esercizio di libertà.

Ecco, quel giorno lì sono stata felice.

 

Ps: se anche tu vuoi iniziare a trovare la tua voce quando racconti, vai a vedere quali sono le risorse che ho creato per te: ti aspetto.

 

Per condividere l’articolo su Pinterest, clicca sull’icona rossa che trovi sotto le grafiche e scegli l’immagine che preferisci:

formazione scuola comunicazione e social mediaformazione scuola comunicazione e social mediaformazione sulla comunicazione