Perché la nostra comunicazione non deve fermarsi

comunicazione in tempi di crisi, non smettere di raccontare

Perché la nostra comunicazione non deve fermarsi

“Comunicare” è una parola bella, dalle radici profonde: deriva dal latino “communicare”, che significa “mettere in comune”.

Nel significato originario del termine, “comune” si riferisce al compiere il proprio dovere verso gli altri: “cum” insieme, “munis” incarico, dovere.

Anche il nostro racconto, se immaginato e creato come ponte verso le altre persone, è uno strumento che abbiamo a disposizione per mettere in comune: comunicando condividiamo quello che sappiamo, le soluzioni e le informazioni che possono aiutare i nostri lettori, un punto di vista utile o un’emozione che ha bisogno di sentirsi riconosciuta.

 

Raccontare è una responsabilità

Lo è sempre, anche in circostanze normali, lo diventa ancora di più in situazioni come quella che stiamo vivendo adesso, in cui tutto ciò che fino a poco tempo fa era scontato adesso non lo è più.

Tutto assume un significato diverso, tutto ha bisogno di essere ricollocato. Anche la nostra comunicazione.

Sentire la responsabilità di ciò che condividiamo con il nostro pubblico dovrebbe essere la base di ogni storytelling, sempre, ma oggi questo “mettere in comune” ha bisogno di una riflessione in più, di una maggiore consapevolezza.

Oggi, ancora più di ieri, le parole hanno un peso, le storie possono costruire o distruggere mondi.

 

La tentazione del silenzio

Ci ho pensato io e ci scommetto che ci hai pensato tanto anche tu alla possibilità di non raccontarti, almeno per un po’. Credo sia normale, in una condizione così, chiedersi se forse non è il caso di rallentare con la comunicazione. Forse addirittura di smettere – per qualche giorno, qualche settimana, poi chissà.

E non dico che non sarebbe lecito, ma forse sarebbe un’occasione persa.

Perché siamo animali narranti e ci raccontiamo per ricordarci che siamo ancora qui, per far sentire la nostra presenza e sentire quella della comunità che ci circonda.

E perché, come dice l’etimologia di “comunicazione”, dobbiamo continuare a mettere in comune.

Le nostre storie possono aiutare, intrattenere, informare, spiegare, tranquillizzare, ispirare. Credo sia nostra responsabilità non fermarle: questa nuova realtà può prendere una forma diversa se le nostre parole saranno abbastanza potenti da trasformarsi in azioni.

 

Metamorfosi necessarie

Poi certo, non possiamo pretendere che la nostra comunicazione di oggi sia esattamente come la immaginavamo qualche mese fa. Vorrebbe dire vivere fuori dalla realtà, non fare i conti con quello che i nostri sensi ci trasmettono istante dopo istante.

Qui sul blog, fino allo scorso articolo ho seguito il mio piano editoriale, poi ho pensato che non potevo non affrontare questo argomento quindi eccoci qui. La newsletter ormai da qualche uscita ha deviato dalla programmazione originaria e, ti dirò, va bene così: il mio racconto non si ferma ma si adatta a una nuova necessità, quella di stare ancora più vicine, di mettere al centro le emozioni e le necessità di chi mi legge.

Continuo a mettere in comune quello che so, informazioni e ispirazioni, cercando di andare incontro il più possibile ai bisogni e ai desideri del mio pubblico. Come sempre ma con un’attenzione in più alla fragilità della nostra pelle sociale.

Tornerà il tempo della pianificazione che non ha bisogno di essere rivista settimana dopo settimana. Adesso è il tempo dell’ascolto e della vicinanza e noi che raccontiamo non possiamo che prenderne atto e adattare le nostre storie.

 

(foto Pierre Gui on Unsplash)