Le tre cose da non fare al freelance

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Le tre cose da non fare al freelance

Se dovessi scrivere un manuale d’uso del freelance, credo che inizierei dal capitolo “cose da non fare al libero professionista” ma, visto che nessuno per ora mi ha commissionato questo libro (che sarebbe sicuramente un best seller, eh), facciamo che il capitolo lo scrivo comunque. Qui. E facciamo che la settimana prossima ti scrivo quello successivo, “cose da non fare a un cliente”.

Bon, andata, vai che si comincia.

 

Uno. Non (cercare di) trattare sul prezzo.

Il fatto di lavorare tanto sul target mi ha portata a non subire più questa pratica, ma all’inizio ti confesserò che mi è successo. E, ogni volta, mi sono arrabbiata parecchio.

Il fatto è questo: quando si chiede un preventivo, il freelance che ci lavora non è che lancia un prezzo a caso. Calcola il tempo che impiegherà a fare quel lavoro, le energie che dovrà dedicarvi, il livello di difficoltà, l’urgenza della consegna – yes, baby, i lavori “per ieri” costano di più – e un sacco di altre cose. Magari alla fine decide pure per un prezzo forfettario e che vada incontro alle esigenze del potenziale cliente, scrive tutto su un bel preventivo e glielo invia.

E a quel punto magari si sente rispondere: “ma uno sconto?”. Oppure – true story risalente ai miei primi preventivi da freelance – “beh, io per questo lavoro posso darti tot, non di più”.

Ecco, no. Il gioco della trattativa non dovrebbe essere previsto.

Il servizio costa X. Ti va di investire questi dollari? Yeah. Sono troppi? Ok, bene così, ci salutiamo da amici e magari capiterà in futuro di riuscire a collaborare.

Ma il gioco del ribasso, no. Dai, che poi diventiamo antipatici.

 

Due. Non dire “tanto ci metti cinque minuti”.

Spesso questa frase è legata al punto uno: “ma come può costare così tanto che tu a scrivere ci metti cinque minuti” – e “scrivere” lo puoi sostituire con “creare una grafica”, “realizzare un sito”, “strutturare un business plan”, “montare un video” o “preparare 1847 illustrazioni per una brochure”.

Ecco, qui le questioni sono due:

molto probabilmente no, non ci metterò metteremo cinque minuti a fare quelle cose, perché per lavorare bene ci vogliono organizzazione, pianificazione, bisogna prepararsi, magari pure studiare e poi serve il tempo materiale per realizzare quella cosa (che sia un oggetto, un servizio o una consulenza, è uguale);

– a volte magari ci mettiamo davvero un tempo che a chi commissiona il lavoro può sembrare poco. Pochissimo. Ma se riusciamo a metterci un tempo relativamente breve è perché abbiamo passato anni (ANNI) a provare, riprovare, migliorare, ottimizzare. In quel tempo “breve” c’è tutta la nostra esperienza, tutta la pratica che abbiamo accumulato. E queste sono cose che hanno un valore. Anche economico, se vogliamo essere precisi.

 

Tre. Non pretendere di insegnargli il suo lavoro.

Che poi la maggior parte delle volte al risultato finale ci si arriva insieme e il prodotto (o la consulenza) funziona proprio perché ha richiesto un contributo attivo e importante da parte del cliente. Ma un conto è confrontarsi, chiedere aggiustamenti e modifiche (che sono super legittime, anzi io le trovo uno spunto fondamentale per capire identità e tono di voce), un altro è partire in quarta e (cercare di) spiegare al professionista come fare il suo lavoro.

È un po’ come se io andassi dalla mia parrucchiera e le dicessi “aspetta, ti faccio vedere io come si usa la piastra”. Non male, eh.

 

Tutto questo per dire che una relazione professionale inizia col rispetto – da entrambe le parti, infatti la prossima volta parliamo di cosa non si deve fare al cliente. Se il rispetto non c’è, forse è meglio non cominciare neanche.

Rendiamo il mondo del lavoro un po’ più bello. Partendo da qui, che ne dici?

 

(foto Markus Spiske on Unsplash)

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