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Le parole sono importanti

le parole sono importanti

Le parole sono importanti

Sì, il titolo va a ripescare il cazziatone morettiano (*) e l’ho scelto perché ci credo fortissimo che le parole sono importanti, tanto che quando vedo che vengono maltrattate soffro.

Oggi vorrei raccontarti tre modi sbagliatissimi di gestirle, soprattutto se scriviamo per lavoro.

 

I social-pretenziosi | Quelli che “la complicazione è il mio mestiere”

Che quando si usano parole semplici funziona meglio, l’ho già detto anche qui: un linguaggio troppo tecnico non ci fa sembrare dei fighi, anzi – chi sa bene una cosa, sa anche spiegarla in modo facile, senza tecnicismi inutili.

Ma c’è un altro aspetto da considerare. Mettiti nei panni di chi ti sta leggendo. Fai finta di trovarti davanti a un post di Facebook lunghissimo e pieno zeppo di parole difficili, con incastri lessicali che manco Joyce e figure retoriche come se piovessero. Scommettiamo che la reazione sarebbe un “seee, vabbè”? Ecco, se il tuo obiettivo è far scappare i lettori, avanti così. Altrimenti proviamo scrivere cose che non facciano venire il mal di testa, ok?

 

I torturatori | Quelli che “vieni qui, parolina” e poi zaaac!

Io manco pensavo fosse possibile ma ci sono pagine aziendali che pubblicano cose così: “Solo per oggi qs offerta!”, “Ke giornata d sole!” o, in caso di pioggia, “Visto ke il tempo non migliora, consoliamoci cn qlc dolcetto”.

Ma perché? Dai, veramente non avevano il tempo di scrivere tutte le lettere? E lo so che nella maggior parte dei casi sono pagine auto gestite in modo un po’ improvvisato però sto solo chiedendo di non maltrattare le parole. Soffrono, ve lo assicuro. Solo che hanno voci piccole piccole e non riusciamo a sentire.

 

Gli attori sperimentali | Quelli che “professione: pescatori di monologhi”

E poi c’è una questione che unisce social e siti e blog e probabilmente pure qualche newsletter. Chi scrive parlando da solo. E ce ne sono tanti, eh!

Sono i pescatori di monologhi: scelgono parole che, messe una in fila all’altra, hanno un senso che solo loro possono capire. Perché, a noi lettori, non danno il minimo appiglio per afferrarne il significato. Non un indizio, una strada di briciole di pane, un suggerimento che sia uno. Le parole ci sono tutte, prese singolarmente hanno pure un significato che capiamo, ma insieme – una dopo l’altra – ci sembrano un gioco di incastri astratto e complicatissimo.

E va pure bene, se è il tuo diario personale, amico pescatore. Ma se è qualcosa che metti online è perché vuoi che qualcuno quei testi li legga. E per leggerli, li leggiamo. Ma aiutaci anche a capirli: prendi le parole e mettile in un ordine che abbia un senso anche per noi.

 

Ecco, direi che ci siamo. Quindi, in sintesi: facciamo i bravi con le parole, ok? Facciamo i bravi.

 

A proposito, se vuoi iniziare a migliorare i tuoi testi, iscriviti al percorso gratuito Glow: una mail al giorno, per una settimana, in cui trovi un consiglio e una risorsa utile per far brillare le tue parole.

 

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