Il mio lavoro non è un segreto

freelance, lavoro senza segreti

Il mio lavoro non è un segreto

Sul condividere metodi, strumenti e modalità del proprio lavoro ci sono diverse scuole di pensiero. Ci sono quelli del no, che poi rendi più forte la concorrenza perché sveli i tuoi trucchi (spoiler: non siamo maghi), perdi i clienti perché gli insegni a fare tutto da soli o peggio perché pensano di saper fare tutto da soli e quindi, anche se non è vero, non ti chiameranno mai più – con conseguenti fallimento dell’attività, dramma, oblio eterno del tuo nome.

E poi ci sono quelli del sì. Io sono in questo secondo gruppo e oggi vorrei raccontarti il perché.

 

Capitolo concorrenti

Partiamo da un presupposto: i concorrenti ci sono a prescindere, non è che se non racconto come lavoro resto l’unica professionista della mia categoria. Certo, posso far finta che non esistano – e in parte lo faccio, nel senso che cerco di non fare paragoni, per non farmi condizionare troppo – ma insomma, ci sono e dobbiamo prenderne atto.

A questo punto possiamo fare due cose: barricarci nel nostro fortino di segreti e misteri, oppure parlare tranquillamente di cosa facciamo e di come lo facciamo, e secondo me questa seconda soluzione è quella che ci permette di rendere un po’ più bello il mondo lavorativo in cui ci troviamo.

Con “più bello” non intendo una roba zen di armonia e “vogliamoci bene”, intendo più preparato e giusto: se lavoriamo bene, se offriamo servizi di qualità, forse far vedere come ci siamo arrivate può contribuire ad alzare il livello generale dell’offerta e a creare consapevolezza in tutti quelli che gravitano attorno a questo mondo, che siano clienti o professionisti.

Forse, da questo punto di vista, è pure una faccenda un po’ egoista, che punta a un ritorno: se non ci nascondiamo, se dimostriamo di produrre qualità, chi lavora male e in modo approssimativo avrà meno occasioni. Insomma, se far crescere la concorrenza vuol dire far crescere il livello generale del nostro lavoro, ben venga.

 

Capitolo clienti

Per quanto riguarda invece i clienti, il fatto è questo qui: se mostro come lavoro, quali metodi e strumenti uso, se insomma scelgo di essere il più trasparente possibile, non mi gioco la clientela. Anzi, è proprio il contrario: la trasparenza farà avvicinare e trasmetterà fiducia alle persone che troveranno quei metodi utili, che sentiranno sintonia con il mio modo di fare, che adesso sapranno cosa aspettarsi da una eventuale collaborazione con me.

Certo, questo vuol dire anche fare selezione e quindi allontanare alcuni potenziali clienti. Che però non saranno quelli giusti per me, quindi alla fine bene così.

È un po’ come la faccenda dei prezzi, no? Se li metto in chiaro, le persone sanno che per lavorare con me non pagheranno meno di un tot: questo sicuramente da un lato mi porta meno richieste di preventivi, ma dall’altro mi fa risparmiare un sacco di tempo in preparazione di offerte che poi finiranno nel vuoto. Magari un giorno ne parliamo con calma, eh?

Oggi però mi fermo qui, sul fatto di condividere o meno come lavoriamo. Io preferisco raccontare, farti vedere come mi muovo, darti gli strumenti per capire se una collaborazione tra noi potrebbe funzionare o no. Oppure, a volte, darti gli strumenti e basta, perché è solo di quelli che hai bisogno, io posso insegnarteli e va bene così.

Poi ognuno prende la strada che preferisce. A me condividere piace, lo trovo pure meno faticoso che tenere tutto nascosto.

 

Ah, a proposito di insegnare i miei metodi: c’è ancora qualche posto libero per Il metodo Fletcher (Milano, sabato 19 ottobre) e sono aperte le iscrizioni per Jellyfish, che invece è un percorso online quindi lo puoi seguire da… ovunque!

Ciao, ti aspetto!

 

(foto Drew Beamer on Unsplash)

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