Il lavoro con i clienti | Casa di Accoglienza La Pellegrina

la pellegrina piacenza

Il lavoro con i clienti | Casa di Accoglienza La Pellegrina

“Buongiorno, sono Francesca, responsabile della casa accoglienza Don Venturini, una casa famiglia di Piacenza che ospita persone con HiV/Aids in situazione di fragilità sociale e familiare offrendo assistenza socio sanitaria”.

È iniziata leggendo queste righe la mia avventura con La Pellegrina e potrei dire che sono state due giornate di formazione ma non sarebbe vero perché in realtà è stato un nodo, l’inizio di un intreccio, la possibilità di allargare lo sguardo.

la pellegrina piacenza, profilo instagram

Le direzioni di un racconto

La prima cosa che abbiamo fatto io e Francesca è stato confrontarci sull’attività de La Pellegrina e sulle sue necessità di comunicazione. Mi si chiedeva un percorso formativo e avevo bisogno di capire, prima di tutto, dove voleva andare il racconto che quella realtà faceva di se stessa, quali direzioni voleva prendere, da dove partiva e quali erano le sue difficoltà principali.

In qualche mail e qualche telefonata Francesca mi ha spiegato che la Casa Accoglienza Don Venturini, che però tutti conoscono come La Pellegrina, oltre a ospitare persone affette da HiV/Aids, si occupa di portare avanti un’attività di sensibilizzazione rivolta ai giovani con l’obiettivo di far conoscere la realtà di questa struttura, abbattendo piano piano il pregiudizio che da sempre circola sulle persone colpite da questa malattia.

Guardando i canali già aperti e ascoltando Francesca ho capito poi che il racconto che La Pellegrina voleva fare di sé aveva già delle belle radici forti e un obiettivo importante: raccontare la quotidianità e le persone, creare un ponte per raggiungere chi ancora conosce poco questa malattia, intaccando i pregiudizi e nello stesso tempo facendo prevenzione, informando, sensibilizzando.

Insomma, non restava che vederci e imparare a raccontare tutto questo in modo più funzionale, più “professionale”, senza però perdere l’umanità e la delicatezza che aveva contraddistinto finora la comunicazione dell’associazione.

 

La comunicazione consapevole

Una volta fatti questi primi passi, ho impostato le due giornate di formazione, a cui avrebbero partecipato quattro persone. E occhio: non esperti di comunicazione, ma educatori e operatori socio-sanitari che però, qui, si occupano anche del racconto – per inclinazione, disponibilità, apertura.

Quello che ho fatto, quindi, è stato lavorare a una formazione che permettesse ai partecipanti di comunicare in modo più consapevole: abbiamo definito in modo chiaro gli obiettivi da seguire e il pubblico a cui rivolgersi, le strategie e le azioni da mettere in atto per rendere il racconto efficace e semplice da gestire, ci siamo soffermati sulle modalità più funzionali per portare avanti uno storytelling umano e professionale, che parlasse alle persone, che raccontasse giorno per giorno una realtà troppo spesso dimenticata o tenuta a distanza.

Sono state – almeno per me – ore piene e ricche. Ricche di condivisione, bellezza, confronto. Abbiamo analizzato quello che già c’era e ipotizzato nuove strade per raccontare, abbiamo trovato idee che arricchiranno la narrazione e studiato come lavorarci senza perdere tempo, perché la comunicazione deve essere uno strumento e non un impiccio. E abbiamo anche riso e bevuto caffè.

 

Ecco, adesso che vi ho raccontato come abbiamo lavorato insieme, vi chiedo pure di andare a vederli, i canali social de La Pellegrina: ci sono una pagina Facebook e un profilo Instagram – un giorno magari ci sarà pure un blog, chissà, io ci spero, che le cose da raccontare sono tante, i nodi da stringere ancora di più.

 

(foto Liana Mikah on Unsplash)

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