Valeria Zangrandi - scrittura, web e social | Quando mi sono fregata da sola
Nel primo periodo in cui lavoravo come social media manager, ho fatto errori giganteschi. Cioè, mi sono proprio fregata da sola. Ti dico quali, così magari non ci caschi pure tu.
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Quando mi sono fregata da sola

Quando mi sono fregata da sola

Nel primo periodo in cui lavoravo come social media manager, ho fatto un paio di errori giganteschi. Cioè, mi sono proprio fregata da sola. Ovviamente mica l’ho capito subito. Eh no, ci ho messo un po’. Però adesso che quegli errori ho imparato a evitarli, te li scrivo qui, così magari tu non ci caschi.

 

L’ovvio | Chiedere troppo poco

Quando il primo potenziale cliente mi ha chiesto un preventivo per gestire la sua pagina Facebook, sono successe due cose: mi sono emozionata tantissimo e subito dopo mi sono agitata. Poi mi sono detta “ok, mettiti qui e fai una stima di cosa comporterà questo impegno”. E la stima l’ho fatta, eh, solo che l’ho sbagliata. Non avevo mai lavorato come social media manager se non in un contesto in cui facevo quello e pure mille altre cose per lo stesso cliente e quindi non avevo un’idea di cosa volesse dire ideare e portare avanti una strategia di comunicazione social mirata.

Insomma, ho sottostimato tutto. Non ho considerato il tempo che mi sarebbe servito per approfondire argomenti nuovi, per cercare immagini adeguate, per gestire contest, eventi, messaggi in cui si chiedevano informazioni sui servizi che il cliente forniva. Pensavo pure che fare una strategia volesse dire infilare i post in un bel calendario. AHAHAHAHAHA.

Tutto questo per dire che ho chiesto 300 euro al mese. Sentendomi pure in colpa perché mi sembravano troppi. Ecco, no. Non sono troppi e, per un lavoro che comprende strategia e gestione costante, non sono neanche sufficienti. Solo che l’ho capito tardi.

 

La fiducia | Non chiedere un referente

Il mio primo cliente era un negozio con due sedi, in due città diverse. Con tante persone che ci lavoravano dentro. E io sono partita così, fidandomi delle mie (allora inesistenti) capacità di coordinare una comunicazione complessa all’interno di un gruppo di persone.

Non ho chiesto di scegliere un referente per negozio, un’unica persona che mi mandasse materiali, fotografie, notizie sugli eventi in programma e che avrei contattato in caso di bisogno.

Proprio non ci avevo pensato che dopo pochissimo mi sarei trovata a dover gestire almeno otto persone diverse che mi chiamavano, mandavano messaggi, inviano cose. Sono tante, te lo assicuro, sono decisamente troppe. Ma l’errore era stato mio, loro in realtà facevano solo quello che avevo chiesto: aggiornarmi, inviarmi contenuti, solo che lo facevano in un modo che per me era ingestibile. E da lì ho imparato: un referente. UNO.

 

L’ingenuità | Non stabilire metodi di comunicazione

E poi sono stata ingenua. Uh, se sono stata ingenua. Non ho un cellulare di lavoro, ho un numero di telefono solo e uso quello nella vita privata e con i clienti. Tanto, pensavo, basta il buon senso. Già.

Non ci è voluto molto per iniziare a ricevere materiale via WhatsApp. A qualsiasi ora. Di qualsiasi giorno. E poi hai voglia a scrivere una mail a tutti in cui spieghi che va benissimo l’invio di foto a mezzanotte del sabato, ma allora per favore via mail. E questa è una cosa che mica è successa solo lì, succede spesso, con molti. E sono ancora così tonta che a volte mi dimentico di specificarlo all’inizio della collaborazione che il mio telefono si usa dal lunedì al venerdì e fino all’ora di cena, poi se mi devi scrivere ti lascio la mail.

Quindi, ecco, questo è un problema che diciamo ho risolto solo in parte, perché continuo a dare per scontato cose e non ho ancora imparato a mettere dei paletti più rigidi.

Ma si migliora sempre, no?, e allora migliorerò anche qui.

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