Valeria Zangrandi - scrittura, web e social | Non siamo (per forza) una grande famiglia
C’è una cosa che mi gira in testa da un po’: per lavorare bene insieme, non dobbiamo essere per forza una grande famiglia. O tutti amici.
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Non siamo (per forza) una grande famiglia

freelance e clienti, non siamo una grande famiglia

Non siamo (per forza) una grande famiglia

C’è una cosa che mi gira in testa da un po’: per lavorare bene insieme, non dobbiamo essere per forza una grande famiglia. O tutti amici. Può succedere e quando succede è bellissimo. Ma può non succedere e va bene anche così.

 

Quello che vedo | Volersi bene (a tutti i costi)

Mi capita sempre più spesso di vedere professionisti parlare dei loro collaboratori o dei clienti come se per forza, per far funzionare un lavoro, ci si dovesse voler bene. Sempre, a tutti i costi.

All’inizio ci facevo caso un po’ sì e un po’ no, poi non sono più riuscita a staccare gli occhi. Mi si incastrava lo sguardo e ho iniziato a farmi delle domande e mi sono anche chiesta quanto queste grandi famiglie siano reali e quanto mi sembrino così per il racconto che se ne fa. E no, una risposta non l’ho trovata, ma almeno ho provato a cercarla per quello che riguarda me.

Quello che penso | Se non succede va comunque bene

Certo, anche a me capita di lavorare con persone a cui voglio bene. Ma non è sempre così. O meglio, la maggior parte delle volte non è così.

Perché penso che ci sia da fare una distinzione tra rispetto e affetto: il primo deve esserci sempre, insieme alla fiducia, altrimenti è inutile che lavoriamo insieme; e poi può succedere che ci sia dell’affetto, e allora il lavoro diventa una specie di magia. Ma non è una condizione indispensabile.

Cerco sempre di lavorare con persone che mi facciano stare bene, umanamente bene, perché da quando sono diventata freelance mi prendo il lusso di evitare chi mi fa sentire male, ma non vuol dire che si diventi per forza amici. Che si diventi famiglia.

 

Quello che si racconta | Come si trasformano le cose

Però, ho anche pensato, magari il racconto del proprio lavoro trasforma la realtà.

Magari siamo portati a parlare di più di quelle collaborazioni che ci fanno sentire a casa e quindi alla fine quella che esce è un’immagine parziale, un po’ sbilenca, in cui sembra che tutti i lavori che facciamo siano con persone con cui passeremmo il natale – per dire.

E forse questa cosa la faccio anch’io, almeno un po’. Quindi alla fine non lo so se davvero quelle che vedo siano tutte delle grandi famiglie o siano i racconti che le fanno sembrare così. Non lo so. Ma forse proprio per questo, proprio perché non lo so, penso sia importante dirlo che non c’è bisogno di essere tutti amici. Sempre.

Stare bene, quello sì. Ma sapendo che un limite comunque c’è, quello tra il lavoro e la vita. E anche se il mio lavoro mi piace da morire, non me lo voglio dimenticare quel limite. Non mi voglio dimenticare cosa c’è oltre.

 

(foto Kai Oberhauser on Unsplash)

 

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4 Commenti
  • Paolo

    1 dicembre 2017 at 11:32 Rispondi

    recentemente ho letto un libro molto interessante, anche se un po’ pessimista: si chiama “Psicopolitica” ed è stato scritto da un filosofo di origine coreana che vive in Germania… il discorso che fa è molto complesso, e riguarda le nuove modalità con il quale il capitale impone il proprio dominio sulle persone… tra le altre cose, parla di come si stia cercando di trasformare il lavoro in una sorta di “gioco di società” dove il lavoratore mette a disposizione non soltanto il proprio tempo, la propria forza e la propria competenza, ma anche la propria vita psichica… constatato che la coercizione fisica del lavoratore è economicamente controproducente, si sono introdotti elementi che inducano il lavoratore a impegnarsi con tutto se stesso… in questo senso il tentativo di trasformare un luogo di lavoro in un ambiente in qualche modo famigliare serve a motivare psicologicamente i lavoratori, facendo credere loro di essere all’interno di una serie di relazioni affettive – con le ovvie conseguenze sull’impegno richiesto…. anche a me è successo, più volte, di sentirmi dire che l’azienda è come una grande famiglia: tipicamente succedeva quando c’erano grossi problemi da affrontare con un impegno straordinario e mai, dico mai, al momento della distribuzione degli utili…

    • Valeria Zangrandi

      1 dicembre 2017 at 11:39 Rispondi

      Grazie, Paolo, per questo commento. Vero, anche a me è successo quando lavoravo in un sistema più simile a quello aziendale, adesso vedo la cosa da libera professionista e il gioco è un po’ cambiato ma non tanto, alla fine. I tuoi clienti e i tuoi collaboratori diventano (devono diventare?) la tua famiglia, il tuo mondo. E fuori, cosa resta? E io, oltre a quello, cosa sono? Cos’ho? Non è facile neanche darmi una risposta, nel senso che sembra una cosa scontata ma non lo è, però voglio ricordarmi di chiedermelo, ogni tanto.

  • Marta

    29 novembre 2017 at 7:43 Rispondi

    Molto bello. E giusto: il limite non è un muro, ma solo un confine che spostiamo quando ci si sente. Noi, non gli altri.

    Io spero sempre in un tuo workshop a Milano. Considerami la prima iscritta!

    • Valeria Zangrandi

      29 novembre 2017 at 18:08 Rispondi

      Grazie Marta! Sì, è proprio così: non un limite ma un confine da valutare e soprattutto conoscere.
      E speriamo per Milano, mi piacerebbe nel 2018 portare lì un corso o un workshop. In quel caso, ti aspetto : )

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