Valeria Zangrandi - scrittura, web e social | L'ubiquità non serve a niente
L’ubiquità, sui social, non solo è inutile ma è pure un sacco dannosa.
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L’ubiquità non serve a niente

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L’ubiquità non serve a niente

“I canali social? Certo certo, li apriamo TUTTI”.

Quando sento questa frase, di solito sudo. Poi ho un piccolo spasmo che mi fa chiudere gli occhi – forte ma solo per un mini secondo. Alla fine respiro, leeentamente, e rispondo: “Magari invece no”.

Perché l’ubiquità, sui social, non solo è inutile ma è pure un sacco dannosa.

 

Il tuo pubblico non è dappertutto

Questa è la prima cosa da tenere in considerazione quando devi decidere quali canali social aprire. Perché quel mondo lì, virtuale, è come la vita vera, dove non parli a caso, ma nei posti in cui ci sono le persone che ti ascoltano, quelle interessate a ciò che devi raccontare.

Ti faccio due esempi, così andiamo subito sul concreto.

Uno. Sei un negozio di fiori. Un piccolo negozio curato nel centro di una cittadina di medie dimensioni. Lo spazio dove lavori è molto carino, sei attenta ai dettagli e bravissima nelle composizioni, quindi il tuo potenziale visual è bello grande. Vuoi posizionarti per essere conosciuta (e cercata) per allestire eventi e per i corsi che proponi, quindi parli direttamente alle persone che speri comprino i tuoi prodotti e servizi. Il tuo pubblico sarà prevalentemente su Instagram, al massimo su Facebook. Quindi, perché dovresti aprire un account LinkedIn o Google+?

Due. Sei un’azienda abbastanza grande, ti occupi di amministrazione e contabilità per altre aziende. I social non ti servono per farti conoscere al grande pubblico, ma per comunicare con le imprese, a volte per cercare collaboratori. Non devi fare storytelling, insomma, invece devi trovare i canali che ti permettano di instaurare relazioni con altri soggetti del suo settore. Ecco, direi che possiamo escludere Instagram, no? E magari anche Facebook, mentre – così, a una prima analisi – direi che LinkedIn è il tuo posto, forse (ma dovremmo valutare bene) anche Twitter.

Ecco, questo per dire che non parli a tutti. Ognuno ha il suo pubblico, i suoi obiettivi di comunicazione, la sua strategia e, quando li incrocia, scopre su quali canali ha senso stare.

 

Essere ovunque è una fatica allucinante

E poi pensa una cosa. Non è che gli account social quando li apri poi si auto alimentano e vanno avanti da soli. Intanto ti serve un piano editoriale e no, non si fa repost automatico di tutto perché ogni canale deve avere i suoi contenuti, il suo linguaggio, le sue tempistiche. Ma soprattutto sui social le persone interagiranno con te, o almeno ci auspichiamo che lo facciano – altrimenti che ci stiamo a fare? E tu dovrai rispondere, coltivare quelle relazioni, insomma restare lì, non ti dico in ogni momento della giornata ma ti assicuro che ci vuole un bell’impegno.

Immagina di aver aperto TUTTO. Facebook, Instagram, Twitter, LinkedIn, Google+, YouTube, Telegram e chi più ne ha più ne metta. Adesso pensa alla fatica che ti serve per mandare avanti questi canali in modo efficace, considerando che alcuni non funzioneranno perché lì non ci saranno le persone a cui vuoi parlare. Un sacco di fatica, e oltretutto inutile.

 

Quindi no, non devi essere ovunque.

L’ubiquità, come il multitasking, è una fregatura: non funziona e ci toglie un sacco di energia.

Scegli dove vuoi stare e inizia a raccontarti.

 

(foto Andrew Wulf on Unsplash)

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