Valeria Zangrandi - scrittura, web e social | Lavorare in un coworking (e muoversi)
Ci sono persone che lavorano da casa e sono super efficienti e pure felici. Io no. Ma ho trovato il mio spazio in un coworking (e ho iniziato a muovermi).
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Lavorare in un un coworking (e muoversi)

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Lavorare in un un coworking (e muoversi)

E siamo arrivati alla quarta puntata del documentario naturalistico Vita da Freelance, trasmesso settimanalmente per la vostra gioia.

Oggi volevo raccontare il posto in cui lavoro. Perché nel magico mondo dei freelance ci sono quelli che lavorano a casa loro e quelli che lavorano da altri posti, tipo i coworking. Come me, per esempio.

Ecco, adesso vi spiego.

 

Triste premessa | Quell’anno che lavorai da casa e capii di non essere per niente portata

C’è stato un anno in cui ho lavorato da casa. Avevo appena lasciato il dipartimento universitario in cui avevo lavorato per quattro anni (tra collaborazioni, progetti normo-pagati e sotto-pagati e l’ultimo periodo di volontaristica agonia) e avevo bisogno di un cambiamento.

Ho iniziato a cercare come correttore di bozze e ho ottenuto un contratto con una casa editrice per cui avrei rivisto i libri cercando refusi, doppi spazi, punteggiatura fantasiosa e coniugazioni azzardate. La casa editrice stava in Sicilia e io avrei lavorato da casa.

È durata un anno. Succedeva tutto a distanza: bozze da correggere, bozze corrette, note di pagamento, comunicazioni. Uau, direte voi. Meh, vi risponderò io.

Ah sì, all’inizio è stato figo. Poi ho iniziato ad alzarmi e mettermi direttamente al computer, a intristirmi perché non parlavo con nessuno, a cercare scuse per uscire di casa (“Uh, devo assolutamente comprare un limone”). E a distanza di un anno ho capito una cosa: ci sono persone che lavorando da casa si organizzano benissimo, che sanno gestirsela e restano produttive e pure felici. Io però non sono una di quelle. Mi viene malissimo, insomma. E va beh, ognuno è fatto a modo suo, no?

 

L’intermezzo | Anni d’ufficio lunedì-venerdì 9.00-18.00 (con diversi weekend, in realtà)

Alla fine di quell’anno – anzi, all’inizio del successivo – ho iniziato a lavorare in un ufficio. Orari fissi, vacanze prestabilite. Facevo questo lavoro qui e, anche se la staticità dell’ufficio mi pesava un po’, lavoravo su quello che mi piaceva quindi yeah.

 

L’adesso | Ho capito cos’è un coworking e ho capito che funziona se ti muovi

Alla fine del 2015 ho lasciato il lavoro in ufficio e mi sono chiesta cosa fare. O meglio, dove andare. Potevo riprovare a lavorare da casa (e per un paio di mesi l’ho fatto) o fare un tentativo in uno dei coworking di Parma.

Ora, per essere totalmente sincera devo confessare una cosa: io pensavo che i coworking fossero posti frequentati da fighetti eleganti o almeno fèscion che fanno-cose-vedono-gente. E avevo paura.

Paura di cosa, chiederanno i miei piccoli lettori?

Paura di sentirmi fuori luogo, di non c’entrare niente con il posto, con il tipo di professionalità, con l’approccio. Con tutto.

Poi un amico mi ha parlato di OnOff, che è dove sto ora. Sono andata a fare un giro di perlustrazione e la pancia mi ha detto “vai, prova”. Ho ascoltato la pancia e ho fatto bene.

Ora, non lo so se tutti i coworking funzionano così ma secondo me dovrebbero perché qui ci sono un po’ di cose che vedo e che mi piacciono. Tipo che ci si coinvolge in possibili lavori, si progettano cose da fare insieme, ci si scambia informazioni utili. E se vi sembra poco, vi assicuro che no, poco non è, e sarà che io con la rete sono un po’ fissata ma quando nascono dinamiche di squadra è una roba che fa bene a tutti, basta non aver paura di condividere, che lì vi fregate da soli e ciao.

Perché il segreto è questo qui (ed è una roba che, come dire, mi sento di generalizzare): non basta starci, bisogna muoversi.

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