Valeria Zangrandi - scrittura, web e social | L'arte di insegnare storytelling agli alieni
Sì, ho insegnato storytelling agli alieni e no, gli alieni non sono mostriciattoli verdi venuti da un pianeta lontano: gli alieni sono una classe di sedicenni.
storytelling, comunicazione, social media
22001
post-template-default,single,single-post,postid-22001,single-format-standard,ajax_fade,page_not_loaded,,select-theme-ver-4.6,wpb-js-composer js-comp-ver-5.4.4,vc_responsive

L’arte di insegnare storytelling agli alieni

insegnare storytelling agli alieni

L’arte di insegnare storytelling agli alieni

Sì, ho insegnato storytelling agli alieni e no, gli alieni non sono mostriciattoli verdi con gli occhi grandi venuti da un pianeta lontano: gli alieni sono una classe di sedicenni con cui ho passato dieci ore a parlare di scrittura e social e pubblicità e strategie di comunicazione.

Un delirio, insomma. Un delirio molto bello.

L’avvistamento | Quando mi chiedevo in che lingua ci saremmo parlati

Momento confessione: quando mi hanno chiesto se volevo tenere un corso di storytelling a una banda di adolescenti ho fatto due cose. Ho detto di sì e ho avuto molta paura.

Perché un conto è sapere cosa dire, un conto è sapere come dirlo. Ché di esperienza con i sedicenni non ne ho mica tanta e mi immaginavo scene catastrofiche in cui io parlavo da sola e loro tentavano di suicidarsi infilandosi le matite nel naso e questa era una delle ipotesi migliori che mi venivano in mente.

Però ho accettato e a quel punto mi sono detta: ok, adesso che ti sei inguaiata, cerca di uscirne meglio che puoi.

 

L’atterraggio | Quando ho smesso di preoccuparmi e ho iniziato a fare

Poi ho pensato alla mia parola dell’anno. Concretezza. Che in questo caso voleva dire “smettila di agitarti e inizia a fare, se sbagli aggiusterai il tiro”.

Ho fatto un respirone e ho preso una decisione: le dieci ore che avremmo passato insieme, io e gli alieni, sarebbero state molto poco teoriche e molto pratiche, per restare in tema di roba concreta. Ho immaginato un percorso in cui avremmo guardato insieme molte cose e le avremmo analizzate, un percorso fatto anche di giochi, sfide e invenzioni.

E così ho fatto. Qualcosa ha funzionato e qualcosa no, ma se devo dire come mi sembra sia andata in generale, scodinzolo abbastanza. Anzi, scodinzolo molto.

 

Telefono casa | Quando ci siamo salutati agitando la mano sotto la luce dell’astronave

E poi il corso è finito. Ci siamo salutati – con qualcuno dicendo ciao, con qualcun altro con un abbraccio – e adesso penso a cosa mi è rimasto addosso di queste dieci ore. Lo scrivo come un elenco sommario e incompleto, portate pazienza ma a me gli elenchi sommari e incompleti piacciono da matti.

La paura all’inizio, che chissà se sono capace. Il cambiare in corsa, questo avevo deciso di dirlo ma là in fondo due stanno per morire di noia quindi via, spostate le sedie e dividetevi in squadre. Le simpatie immediate, che non raccontiamoci che non ci sono, ci sono eccome e l’unica cosa è fare in modo che non influenzino troppo gli equilibri. La magia di raccontare il mio lavoro e poter dire che è una figata e dire anche che le strade non sono mica sempre quelle decise in partenza ma pure quelle delle svolte improvvise.

Ma c’è una cosa, su tutte, che mi tengo in tasca e che mi fa sorridere ogni volta che ci penso. Quando ci siamo messe sedute vicine (eravamo tutte ragazze, quel giorno) e abbiamo guardato un sacco di pubblicità e io chiedevo “vi piace? Se non vi piace, ditemi di no ma spiegatemi perché” e mi è sembrato proprio importante che decidessero cosa trovavano bello e cosa no e soprattutto che cercassero il perché e le parole per dirlo.

Che, diciamo la verità: capire come funziona una campagna di comunicazione va pure bene, ma capire cosa ti piace e cosa ti dà fastidio e imparare e dirlo è un esercizio di libertà.

Ecco, quel giorno lì sono stata felice. Da ufo, proprio.

Non ci sono commenti

Lascia un commento